Blog

Una Ricerca su noi stessi. Incontro con l’archeologa Maria Stella Busana

Maria Stella Busana insegna Archeologia Romana all’Università di Padova.

Giovedì 30 novembre sarà ospite dell’ultimo appuntamento del ciclo di incontri Around EstOvest, per discutere del rapporto tra architettura e potere insieme all’architetto Italo Zanotti, alla coreografa Francesca Cola e al musicologo Marco Testa.

Abbiamo anticipato l’incontro con qualche domanda, curiosi di scoprire qualcosa di più sul suo affascinante lavoro…

 

Ecco l’intervista.

 

StellaBuongiorno professoressa, e benvenuta. Lei è originaria della provincia di Padova, dove oggi insegna. Com’è venuta a contatto con il festival EstOvest?

Buongiorno. Ho conosciuto il festival attraverso un caro amico e grande musicista, Claudio Pasceri [Coordinatore artistico del festival EstOvest, N.d.R], che me ne ha parlato quest’estate, ad Asiago, dove da anni trascorro le vacanze e seguo il Festival musicale che qui si tiene da oltre 50 anni, nel 2017 co-diretto proprio dal maestro Pasceri. Mi ha raccontato di quest’originale iniziativa, che affronta un tema attraverso punti di vista, approcci di studio ed espressioni artistiche diverse. Mi aveva molto colpito e avevamo progettato un possibile incontro a Torino per assistere a una serata del festival EstOvest…e invece mi trovo qui come relatrice!

 

Lei sarà protagonista dell’incontro sul tema “Architettura e potere”. Un argomento che lei ha approfondito con studi specifici…

Si, infatti. Quando mi è stato chiesto di partecipare, alcuni mesi fa, ero impegnata a concludere uno studio avviato da alcuni anni sulle caratteristiche e sulle trasformazioni della casa nel mondo greco e romano, tra le origini della civiltà classica e la tarda antichità, ora in corso di stampa con la casa editrice Carocci di Roma. Una prospettiva geografica e cronologica molto ampia, che mi ha consentito di cogliere più profondamente la forza di alcuni modelli elaborati nel Vicino Oriente, l’osmosi culturale verificatasi tra le civiltà affacciate sul Mediterraneo, che ci hanno lasciato un’eredità ben più forte di quanto pensiamo.

 

Deyan Sudijc, nel suo importante studio su architettura e potere nel XX secolo, sostiene che urbanistica e architettura riflettono da vicino lo spirito e l’assetto sociale di una civiltà. È un’osservazione che vale anche per l’antica Roma?

Assolutamente si. Se confrontiamo la residenza di un principe etrusco agli inizi del VI sec. a.C. portata in luce da una missione americana negli anni ’60 del secolo scorso a Poggio Civitate di Murlo (Siena), incentrata su una grande corte colonnata ed estesa complessivamente 3600 mq, con la residenza del re a Roma, recentemente indagata alle pendici settentrionali del colle Palatino, articolata attorno a una piccola corte che non raggiunge i 600 mq, cogliamo la differenza tra l’espressione di un’architettura di potere assoluto di matrice orientale e quella, pur monumentale, di un regalità che è stata definita “costituzionale”, che condivideva il potere con un’aristocrazia rappresentativa del corpo cittadino. Ci penseranno poi gli imperatori a emulare i grandi sovrani orientali…

 

In questa edizione del festival EstOvest si è trattato anche dei rapporti dell’architettura con la musica. Nell’antichità classica esistevano spazi concepiti per la musica e ad essa dedicati?

Nelle città greche esistevano edifici dedicati specificamente alla recitazione poetica e alla musica, chiamati “odeion”, simili a piccoli teatri, ma coperti. Anche a Roma fu adottata questa tipologia di edificio, compreso il suo nome (“odeon”); ma grazie all’invenzione della tecnica costruttiva nota come “opus caementicium” (simile al nostro cemento) fu possibile realizzarli ovunque, anche senza appoggiare le gradinate semicircolari a un pendio naturale. L’ascolto della musica però avveniva anche in casa, durante i banchetti, sempre allietati da esibizione musicali: tramandano le fonti che imperatore Nerone era un appassionato di musica e lui stesso un musicista.

 

Parliamo un po’ di lei. L’archeologia è uno dei mestieri più affascinanti anche per tanti bambini e ragazzi. Lei ha sempre saputo che si sarebbe dedicata a questo lavoro? Nella sostanza in cosa è diverso dall’immagine un po’ stereotipata dell’archeologo trasmessa dal cinema e dalla narrativa?

Io sono sempre stata affascinata dal mondo antico, a partire dagli studi classici del liceo, sicuramente grazie a dei professori che mi hanno fatto scoprire la ricchezza e la profondità della cultura antica in tutte le sue manifestazioni (poetiche, artistiche, scientifiche)…un patrimonio dell’umanità, fondamento della civiltà occidentale, il cui valore oggi purtroppo non è adeguatamente riconosciuto e comunicato, come dimostrano i numeri degli studenti del liceo classico. All’archeologia sono invece arrivata per caso, durante gli studi di lettere antiche, dopo aver partecipato ad alcuni scavi archeologici dove ho sperimentato l’emozione della scoperta, ma anche l’entusiasmante vita “cameratesca” delle campagne di scavo. In realtà, la ricerca archeologica richiede molta pazienza, dedizione, rigore metodologico e tanto studio, ma soprattutto il desidero di conoscere la vita, i comportamenti, le realizzazioni degli uomini che sono vissuti prima di noi negli stessi luoghi dove noi oggi viviamo. Uomini dai quali, in fondo, ci divide così poco tempo: è una ricerca su noi stessi. Non a caso l’archeologia è spesso associata alla psicanalisi.

 

Lei è docente all’università. Come si bilanciano insegnamento, studio teorico e indagine sul campo?

Dedico molto tempo all’insegnamento dell’archeologia romana, tenendo corsi rivolti sia agli studenti della laurea triennale, di quella magistrale e della scuola di specializzazione, oltre che al dottorato. E poi lo studio e la scrittura, perché è doveroso pubblicare prima possibile i risultati delle proprie ricerche. Dopo aver scavato continuativamente dal 1984 al 2010, per un po’ di anni mi sono fermata, proprio per la necessità di studiare e pubblicare. L’anno scorso però abbiamo avuto, insieme ad alcuni colleghi dell’Università di Padova, l’occasione di scavare a Pompei: non ho resistito! Tengo a dire sottolineare che didattica e ricerca sono inscindibili: da una parte gli studenti sono coinvolti in tutte le fasi della ricerca, che sono quindi momenti di vera formazione, dall’altra la ricerca e lo studio si riversa inevitabilmente sulla didattica.

 

Lei è una studiosa che predilige l’approccio interdisciplinare. Come interagiscono con la sua ricerca altri campi di studio apparentemente distanti?

L’archeologia moderna è necessariamente interdisciplinare e i risultati più importanti vengono proprio dall’applicazione alla ricerca archeologica di metodi e tecnologie proprie di altre discipline. Nello stesso Dipartimento dei Beni Culturali dove lavoro, ad esempio, ci sono chimici, fisici, geologi, ingegneri, architetti, ma le collaborazioni con altri Dipartimenti sono ormai la normalità. Si tratta di un rapporto che va costruito con un paziente dialogo tra i diversi ricercatori, rispettando sempre le “regole del gioco” delle diverse discipline, senza piegare i risultati alle proprie aspettative. Nel corso delle mie ricerche sul territorio di Altino è stato fondamentale lavorare con geomorfologi e paleobotanici, per ricostruire il paesaggio antico e l’uso del suolo (agricoltura, pascoli, boschi), e con chimici del terreno, le cui analisi hanno fornito una prova scientifica dell’identificazione di un fattorie romane specializzate nell’allevamento ovino presso Altino, noto dalle fonti letterarie. Con ingegneri e informatici oggi lavoriamo moltissimo per realizzare ricostruzioni virtuali dei paesaggi o delle architetture perdute, simulazioni che sono importanti sia per la ricerca, perché costringono a porsi tante domande, sia per comunicare al vasto pubblico i risultati delle nostre ricerche.

 

Quindi le nuove tecnologie digitali possono anche aiutare l’archeologia a diventare più comprensibile e fruibile a un pubblico di profani?

Certamente! Ad esempio la realtà aumentata (che lascia cioè intravvedere ciò che si conserva) e la realtà virtuale (che ricostruisce tutto, sempre però basandosi sulle in formazioni e i resti conosciuti) sono strumenti fondamentali per instaurare un contatto e un dialogo con tutta la società, obiettivi che sono stati in passato troppo trascurati. Oggi siamo tutti molto sensibili al ruolo cruciale e strategico che l’Università deve assumere nella società della conoscenza, la cosiddetta “Terza Missione” che si aggiunge all’alta formazione e alla ricerca.

 

 

Approccio multidisciplinare, dialogo con la società, ricerca e divulgazione. Non a caso, tutte parole d’ordine proprie anche del festival EstOvest, che con l’incontro dedicato ad “Architettura e potere” arricchisce di ulteriori spunti il suo percorso di riflessione sulla musica in rapporto ad altri campi del sapere.

L’appuntamento con la professoressa Busana e gli altri ospiti è per Giovedì 30 novembre ore 18, alla Libreria Bistrot Bardotto di via Mazzini 23/D.

 

Quando l’anima si può toccare… Oltre alla musica “suonata”, uno sguardo a quella “progettata”

Intervista a Bernard Neumann, una delle “glorie” della liuteria mondiale.

IMG_20171118_184653La musica, si sa, è spirito creativo ma anche calcolo e struttura: simile, sotto questo aspetto, all’architettura. A questa suggestiva affinità EstOvest Festival 2017 ha dedicato il secondo appuntamento di EstOvest OFF, l’iniziativa che porta la grande musica di oggi in luoghi del tutto inusuali, contesti di lavoro e di vita quotidiana, capaci di arricchire l’ascolto di una dimensione tutta nuova. Così la serata di ieri, 18 novembre, si è tenuta nello studio torinese Artom&Zanotti Architetti Associati che ha sede nella Casa Antonelli di via Vanchiglia 9, l’ambiziosa dimora che Alessandro Antonelli progettò nel 1846, a pochi passi dalla sua Mole, e in cui visse fino alla morte. Un luogo solitamente chiuso al pubblico, in cui convivono nuove idee progettuali e storia. Si ha avuto inizio alle ore 18.30, con l’intervento di un ospite d’eccezione, Bernard Neumann, uno dei massimi liutai in attività, curatore del celebre contrabbasso detto “Il Biondo” di Gasparo da Salò (1540-1609) tra i primi maestri della liuteria insieme ad Andrea Amati (circa 150 anni prima di Stradivari). A seguire, il concerto dei violinisti Adrian Pinzaru ed Eilis Cranitch ha intessuto un dialogo suggestivo tra le parole di Neumann, la musica e la straordinaria cornice dell’evento.

Per la prima volta dunque EstOvest festival ha dato spazio, accanto alla musica, ad un importante momento di approfondimento sull’architettura del suono e la costruzione degli strumenti, pratica in cui si fondono creatività e perizia artigianale.

Conosciamo meglio il liutaio Bernad Neumann, nato in Canada, perfezionatosi a New York e in Italia, socio del prestigioso laboratorio e marchio Carlson & Neumann di Cremona, una delle glorie della liuteria contemporanea italiana che tutto il mondo ci invidia. Lo abbiamo intervistato subito dopo la conferenza che ha tenuto presso Artom&Zanotti dove ha proiettato al pubblico varie immagini legate alla sua esperienza a contatto con grandi strumenti. Una lezione interessantissima sulla storia del violino dagli albori ad oggi e sulle tecniche antiche e più moderne di costruzione artigiana.

 

Bernard NeumannBuonasera Signor Neumann, la ringrazio di rispondere anche alle mie domande, dopo le numerose del pubblico. Presentiamo lei e la sua attività anche a chi non ha potuto essere presente qui stasera. La prima cosa che le vorrei chiederle è se è necessario avere delle competenze musicali pregresse per intraprendere il percorso della liuteria artigiana oppure è possibile per chiunque.

Ognuno approda alla liuteria in maniera diversa. La musica ha sempre fatto parte della mia vita e la liuteria ha riempito una delle tante sfaccettature per me importante.

 

Vuole raccontarci, nella sua esperienza, come è passato dalla musica “eseguita” (vediamo infatti che lei ha studiato violino…) a quella “progettata”? C’è stato un avvicinamento graduale alla materia oppure quando ha deciso di intraprendere la Scuola di Liuteria di Cremona aveva già deciso che la sua strada era quella dell’artigiano del suono e non del musicista? C’è qualcuno che l’ha sostenuta in questa scelta?

Diciamo che il seme della liuteria è stato piantato dal mio nonno materno che ha visitato Cremona, città natale di Stradivari. Io da piccolo imparavo a suonare il violino e me ne ha parlato. Finito gli studi universitari l’idea della liuteria è riaffiorata e mi sono attivato per imparare questo mestiere. Più lo facevo, più lo faccio, più ne rimango affascinato. La mia famiglia mi ha sempre sostenuto e anche l’Ente per la Cultura Canadese con una borsa di studio.

 

Volendo indirizzare un giovane verso la sua identica carriera cosa gli consiglierebbe? Quali le insidie, quali i punti di forza?

Il consiglio che darei è di non avere fretta di mettersi in proprio. La liuteria è un mestiere che richiede anni di apprendimento. Anticamente si imparava in bottega. Adesso ci sono scuole e corsi per le tecniche costruttive. Il sapere della liuteria è vecchio circa cinquecento anni ed è un’insidia credere che solo avendo frequentato la scuola si possa già aver capito abbastanza del mestiere

 

Il laboratorio Carson e Neumann di cui lei è socio è stato curatore di una prestigiosa collezione di strumenti musicali che ha compreso anche il “Cannone”, il violino Giusepe Guarneri “del Gesù”, del 1743 appartenuto a Niccolò Paganini. Cosa si prova a tenere in mano uno strumento che rappresenta l’ideale di perfezione dal punto di vista architettonico e artistico?

Tenendo in mano questo genere di strumento sento uno stretto legame con il passato della liuteria e della vita dei musicisti che l’hanno suonato. Questi strumenti contengono una ricchezza di idee concettuali, come quello che si prova davanti a quadri, sculture o brani musicali… Cerco di carpire più impressioni possibili per creare un mio bagaglio di conoscenze.

 

In EstOvest 2017 una delle tematiche affrontate è il rapporto tra l’architettura e la musica. Lei, che è una specie di “architetto del suono”, potrebbe lasciare un contributo su questo argomento, in riferimento però alla sua materia specifica che è la liuteria?

Più che architetto del suono direi di essere scultore con finalità acustica. Per raggiungere lo scopo serve la manualità, la conoscenza dei materiali e un occhio per le forme “giuste” della scultura delle tavole della cassa armonica.

 

Ci interessa anche il suo rapporto con l’esecutore. Lei non solo costruisce gli strumenti ma li ripara anche. Se pensiamo agli strumenti come degli esseri “animati” dalle mani dell’esecutore, si potrebbe dire che lei è una specie di “Dottore”. Spesso infatti i musicisti le chiedono di intervenire per risolvere vari problemi. Quali sono gli interventi che le chiedono con maggiore frequenza e quali i più delicati?

Un liutaio può scegliere di avventurarsi nel campo del restauro dopo aver imparato a costruire. Il musicista deve sentirsi in simbiosi con il suo strumento e mi piace trovare il modo perché questo possa avvenire. Richiede una propensione per interloquire per fare l’anamnesi, poi molta esperienza a livello tecnico per raggiungere il risultato. L’intervento più comune è scovare la prontezza di risposta dello strumento, che ha a che fare con l’anima, il ponticello e la tastiera.

 

IMG_20171118_194302

 

L’anima delle persone non si tocca, è come la coscienza.. L’anima degli strumenti ad arco invece si può toccare ma è meglio farlo fare ad un esperto come lei. I musicisti infatti non si avventurano da soli in questo campo minato. Che cos’è l’anima, a cosa serve e perché è così difficile “maneggiarla”?

L’anima del violino è un cilindretto di abete adattato all’interno della cassa armonica. Principalmente fa da colonna portante che aiuta la tavola a reggere la pressione delle corde. Il suo compito si estende a comunicare le vibrazione dalla tavola al fondo. Il punto di collocazione è molto importante nel regolare l’equilibrio tra toni acuti e bassi dello strumento. Il liutaio può fare piccoli spostamenti dell’anima per trovare insieme al musicista il punto quando questo equilibrio è raggiunto.

 

Ultima domanda per la quale non pretendo una risposta necessariamente scientifica. Dicono che alcuni strumenti “assorbono” quasi magicamente il suono, e quindi anche il carattere e il temperamento, di chi li ha posseduti e suonati per molto tempo. Lei pensa che sia vero oppure che sia soltanto un’affascinante leggenda?  

Penso che gli strumenti possono essere influenzati dal modo di suonare.  Però non è qualcosa che rimane per sempre.  Quello che rimane sono le caratteristiche sonore dello strumento di per sé. Credo che il musicista sia affascinato da questa sonorità di base che è stata apprezzata a sua volta da chi l’ha suonato prima di lui.

 

La ringrazio molto Signor Neumann. Invitiamo tutti i nostri lettori a visitare Cremona, per vedere il “Museo del violino” della Fondazione Stradivari e per osservare il lavoro artigiano di un grande artista come lei presso la Carlson&Neumann in via Robolotti 14/16 (http://www.ccnviolins.it).

 

Con i cuscini al Museo Egizio di Torino per il concerto jazz nella Sala dei Re

Fonte: La Repubblica.it
di ALESSANDRO CONTALDO

Un contesto che è già di per sé uno spettacolo per il concerto Jazz-Celloman di Stephan Braun: il Museo Egizio, con la sua Galleria dei Re ricca di suggestioni presenti e remote. L’atmosfera è quella rilassata degli incontri tra amici, con il pubblico invitato a portarsi da casa un cuscino e ad accomodarsi dove preferisce tra le statue di divinità e faraoni per assistere alla straordinaria musica del violoncellista tedesco, uno dei jazzisti più celebrati del panorama europeo, con il suo mix di sonorità acustiche e manipolazioni live electronics.

 

 

Guarda il video su Rep.tv: VIDEO

 

La lunga strada di Cecilia Ziano (Quartetto Lyskamm) tra grandi incontri e maestri speciali

Al rapporto tra architettura e potere si sono ispirati EstOvest Festival 2017 e l’Istituto piemontese “Antonio Gramsci” nell’immaginare “Musica e Potere”, un ciclo di tre incontri (9, 16 e 23 novembre) presso il Polo del ‘900 di Torino, pensato appositamente nella ricorrenza dei Cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre (1917). Il tema del rapporto tra arte e potere non viene affrontato solo dal punto di vista musicale ma a 360 gradi,  in un interessante gioco di specchi. Il pubblico si accosterà, attraverso la storia, la politica, la letteratura, la musica, la danza, il cinema e le arti visive, alle stanze del potere per oltre un secolo di storia. Il primo periodo di indagine è “La Russia tra i due secoli” ovvero il periodo zarista, pre-sovietico. Giovedì 9 novembre alle ore 19 nella Biblioteca del Polo del ‘900 suonerà il brillante Quartetto Lyskamm. La serata si aprirà con l’esecuzione di grandi autori russi. Dal Quartetto n.2 di Alexander Borodin si passerà a Maps of Non-Existent cities. Bludenz del contemporaneo Dmitri Kourkuandski (1976).

Cecilia Ziano 2jpgConosciamo meglio Cecilia Ziano, primo violino del Quartetto Lyskamm, fondato nel 2008 a Milano da quattro musicisti italiani, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il Borletti – Buitoni Chamber Music Prize, “Claudio Abbado” 2016, premio speciale per la musica da camera intitolato alla memoria di Claudio Abbado.

 

Buongiorno Cecilia, da dove nasce la sua “vocazione” per il quartetto d’archi?  

Buongiorno! La vocazione del quartetto nasce da bambina: il mio studio con il violino è iniziato con il Metodo Suzuki, con Fabrizio Pavone, quindi, oltre allo studio dello strumento sono stata iniziata subito alla musica d’insieme. Da quella esperienza ho capito che condividere la musica, per me, era fondamentale.

 

Dal gennaio 2014 lei è il primo violino del Quartetto Lyskamm, che si è distinto nel panorama cameristico europeo, per aver conquistato importanti premi e onorificenze. Come è stato inserirsi in una formazione già esistente? E quale è, secondo lei, il suo particolare apporto all’ensemble?

È stato bellissimo e molto ispirante: ci siamo trovati a Berlino e da lì è iniziato il nostro percorso insieme. Entrarci non è stato difficile, anzi, la nota negativa, ma anche una grossa spinta, è stata la mole di repertorio che ho dovuto imparare alla velocità della luce per i concerti già in programma. Mi ricordo l’impatto del quarto quartetto di Bartòk… ci ridiamo ancora adesso. Per l’apporto all’ensemble, dovrebbe chiedere agli altri tre componenti! 🙂

 

Cosa il quartetto dà e cosa il quartetto toglie ad un musicista?

Onestamente penso che il quartetto aggiunga qualcosa al musicista, anzi molto. Non ho rinunciato né alla  mia personalità e né al mio estro artistico. Anzi, impari ad integrarli, a farli crescere e a metterli a disposizione quando serve. Se devo dire cosa toglie il quartetto non è sicuramente sulla parte musicale che mi concentro. Avere a che fare con altre tre persone per tantissimo tempo (molto più di quello che passo con mio marito) a volte, implica una conoscenza reciproca e pazienza molto sviluppati. Siamo un esperimento sociale 🙂

 

Il Quartetto Lyskamm è stato invitato nell’estate del 2017 come  quartetto “in residenza” dello Xenia Chamber Music Course di organizzato a Pracatinat dall’Associazione Ensemble Xenia. Vi partecipano ogni anno circa 60 allievi di età compresa tra i 10 e i 24 anni.  Ci risulta che anche lei, da studentessa, vi ha partecipato più volte. Ci può spiegare che tipo di lavoro avete affrontato con i ragazzi? Inoltre quali emozioni ha provato nel ritornare a Pracatinat, non più come allieva, ma come insegnante?

Sono andata a Pracatinat che avevo appena undici anni ed è stato il corso che più ha segnato la mia vita musicale: ho conosciuto tre persone fondamentali nella mia crescita che sono state Christine Anderson, Adrian Pinzaru e Dora Schwarzberg, che poi mi hanno seguito per otto anni. Il corso è semplicemente straordinario, mi commuovo sempre quando ne parlo perché è organizzato con una passione incredibile e questo si sente. I ragazzi fanno tantissima musica da camera e si divertono a farla, seguiti da insegnanti di prim’ordine e affiancati da altre attività che non sempre riguardano la musica. L’ambiente internazionale è fondamentale per tutti e i ragazzi sono entusiasti. Io lì per la prima volta ho parlato inglese…

Quando Eilis Crantich e Liza Wilson (fondatrici insieme a Christine Anderson del corso di musica da camera) mi hanno chiamato, ero contentissima e emozionata. Mi ricordo l’impatto con certe opere, come i quartetti di Mendelssohn suonati dal Quartetto Prometeo, o le lezioni sui quartetti di Haydn. Quando ci penso ricordo di quanto ero galvanizzata di poter imparare tutto quelle cose.

Con i ragazzi siamo riusciti ad instaurare un rapporto amichevole e a seconda delle necessità. Spero che siamo riusciti a incuriosirli e ad aiutarli. A me, alla prima lezione che ho dovuto tenere, batteva il cuore!

 

Scopriamo le sue origini. Lei nasce nella città natale di Favria. Il Canavese è un territorio ricco di tradizione e attenzione per la musica, tanto che nella olivettiana Ivrea degli anni ’60 suonava Pollini e in quelle zone ha trovato sede, sempre in quegli anni, anche la prima scuola Suzuki in Italia. Lei ha imparato a suonare il violino a quattro anni proprio con la metodologia didattica del giapponese Shinichi Suzuki. In questo percorso l’apporto della sua famiglia è stato fondamentale. Che cosa ha portato di questa esperienza, vissuta durante la sua infanzia in Canavese, nella sua vita di musicista cosmopolita?

Per me la Scuola Suzuki è stata in primis una scuola di vita. Ho alcuni dei più bei ricordi della mia infanzia, e amicizie fraterne che ho ancora tutt’ora. I miei genitori penso siano stati impeccabili nell’accompagnarmi nella musica: non sono mai stati impositivi, ma cercavano di assecondare quello che volevo fare, con disciplina, ma senza costrizione. Mi è sempre piaciuto suonare, non era così difficile farmi studiare un po’ tutti i giorni. Tra le tante cose che il Suzuki mi ha dato, ci sono tre cose fondamentali che ho visto che mi hanno fatto partire più avvantaggiata in alcuni contesti: l’educazione all’orecchio, la velocità nell’apprendere in modo estemporaneo (sento una cosa e la riesco a riprodurre) e un’infarinatura di prassi esecutiva. Sembrano poche cose, ma sono un mondo, e sono state poi lampadine che al momento giusto si sono accese e hanno iniziato dei processi di approfondimento.

 

La sua formazione è stata sostenuta da Fondazioni e Enti culturali torinesi che hanno creduto nelle sue capacità. Ha vinto il Master dei Talenti della Fondazione CRT e conquistato la borsa di studio della De Sono Associazione per la Musica. Si può dire che i suoi successi, oltre che dal suo grande talento e dalla sua costanza, sono stati il frutto anche di “belle realtà” che esistono nel territorio torinese. Ora che lei gira il mondo, cosa pensa dell’ambiente culturale e in particolare musicale di Torino? 

SICURAMENTE! In molti mi hanno invidiato la possibilità di avere questi sostegni, ed è triste che non sia così in tutta Italia! Non ho altre parole se non “ Grazie” verso queste realtà, dietro le quale vi sono persone che hanno creduto in me. Torino non la frequento più così tanto come quando ero una ragazzina, ormai vivo fuori da un bel po’, e ci torno di rado, quindi non posso fare un’analisi approfondita. Mi limito a dire che bisognerebbe sempre puntare sulla qualità e sui giovani. Vi assicuro che il denaro non è la prima cosa a cui pensa un ragazzo giovane, ma se lo metti in dei contesti che davvero lo fanno crescere e lo stimolano, quella diventa la cosa più preziosa per il proprio avvenire.

 

Nel 2012 ha iniziato la sua collaborazione con i Berliner Philharmoniker.  Com’è lavorare con questa formazione leggendaria? C’è qualche aneddoto legato al la sua esperienza con questa orchestra che potrebbe incuriosire chi ci legge?

È sicuramente un’esperienza totalizzante e i Berliner sono un organismo così perfetto, che ogni tanto fa persino paura! Uno degli aneddoti più divertenti che mi riguarda è quando, la prima volta che vi ho suonato, in una pausa stavo studiando nei leggii in fondo. Sedendomi, ho agganciato la fila di leggii dei fiati; finito di studiare mi son alzata un po’ velocemente e.. ho fatto cadere tutto!!! Ora rido, in quel momento speravo di scomparire…

 

Lei si è sposata da pochissimo e ha appena vinto il posto come spalla dei violini secondi alla Rotterdam Philharmonisch Orkest. Ora si godrà questo momento personale e professionale, oppure ci sono già altri progetti dietro l’angolo? 

In realtà dopo il matrimonio siamo riusciti ad avere due settimane di vacanze, ma la sera del mio rientro ero già con il quartetto. Ho la grande fortuna di avere un marito che è un grandissimo musicista, quindi ci sosteniamo tanto, e troviamo sempre il modo di raggiungerci o di avere momenti per noi.  Per quanto riguarda il concorso è successo in mezzo a mille impegni, spero di avere presto il tempo di festeggiare un po’ più con calma con la mia famiglia!

 

Intervista Benedetta Saglietti. Tra musica, creatività, iconografia e social media. Con un pizzico di scaramanzia.

benedetta Saglietti 1Genio e sregolatezza” non è solo un modo di dire. La tendenza alla creatività, intesa come capacità di moltiplicare il proprio punto di vista e di trovare diverse soluzioni ad uno stesso problema, è stata spesso messa in relazione alla comparsa di modi di comportarsi atipici e anticonvenzionali, quando non veri e propri disturbi mentali.

EstOvest festival, che ha come tema dell’edizione 2017 gli “Spiriti musicali”, dedica il secondo appuntamento di Around EstOvest, il ciclo di incontri attorno ai contenuti musicali del festival, al tema della follia e al suo labile confine con la creatività del genio. Molti sono i casi celebri di persone creative che hanno sviluppato una serie di comportamenti stravaganti. Si va da artisti come Michelangelo o Van Gogh, a geni della matematica, come Einstein, passando ovviamente per la categoria dei musicisti tra cui forse il più celebre esempio fu Robert Schumann o, forse, Ludwig van Beethoven.

Resta da comprendere che tipo di relazione sussiste tra questi due fenomeni: si tratta di una relazione causa-effetto oppure solo di compresenza? Sono matti o malati, o entrambe le cose? Giovedì 2 ottobre 2017 ne parleranno al Bardotto, libreria bistrot di Torino, tre studiosi di varie discipline da tre punti di vista diversi: sociologico, artistico-musicale e scientifico. Sono Luca dal Pozzolo, direttore dell’Osservatorio Culturale del Piemonte, Benedetta Saglietti, musicologa e marketing manager, e Piergiorgio Testa, psichiatra, già direttore del Servizio Psicosociale ASL di Carbonia.

 

Conosciamo meglio Benedetta Saglietti che ci parlerà del perché il disturbo mentale – inteso in senso molto estensivo – abbia a che fare soprattutto con gli artisti e con i musicisti e non con altre categorie sociali.

Buongiorno Benedetta, come studiosa e ricercatrice in ambito storico e musicologico, lei è abituata a tenere conferenze in tutto il mondo. È la prima volta che le chiedono di parlare di questo argomento o è un tema già affrontato in altre sedi?

Buongiorno e grazie a EstOvest Festival per avermi dato la parola. Il tema al centro dell’incontro è da molto tempo sulla cresta dell’onda, interessa e coinvolge figure diverse, si può affrontare sotto molteplici punti di vista. Inviterò a riflettere sul significato della follia… perché mi chiedo se in alcuni casi non si tratti invece di qualcos’altro (come, ad esempio, esclusione sociale o anticonformismo). Mi piacciono gli irregolari: vengo da studi su Beethoven – che, si sa, era la quintessenza del genio e sregolatezza -, Glenn Gould e da una lunga ricerca sulla condizione sociale del musicista di lingua tedesca in epoca moderna; è la prima volta che affronto in pubblico l’argomento, anche se molte letture trasversali ai miei studi hanno per così dire preparato quest’incontro.

 

Il rapporto tra genio e creatività è un tema presente fin dall’antichità ma cosa, secondo lei, lo rende così attuale?

La creatività è una delle facoltà umane difficili da definire in modo esaustivo: il genio spesso è, a livello popolare-divulgativo, la soluzione facile per spiegarla. Oggi ancor più, cosa sia il genio, chi sia un artista, sfugge. Accade anche perché siamo un po’ stufi dell’artista iperegoico dell’Ottocento, la cui fascinazione arriva sino a oggi. Io preferisco parlare di talento, anche se pure in questo caso non sempre c’è accordo su cosa si intenda. Rubo la miglior definizione che conosca all’amico Giampiero Moretti, autore di Il genio. Origine, storia, destino (Morcelliana, 2011): “Da un lato il genius, la personalità demonico-divina la cui esistenza oltrepassa i confini del puramente umano, e dall’altro l’ingenium, il dono-talento innato nell’uomo”. Due facce della stessa medaglia eternamente al cuore della domanda che cosa sia l’arte.

 

Ha seguito altre edizioni di EstOvest: che cosa le sembra interessante di questa rassegna e, più in generale, come pensa che la musica contemporanea debba essere proposta al pubblico?

Del festival apprezzo sia la scelta musicale extra-ordinaria, il far entrare la musica in luoghi che normalmente non la prevedono (il museo Ettore Fico, l’Egizio, il Polo del Novecento, la farmacia di Porta Palazzo), in modalità strane (portandosi il cuscino da casa), anche in luoghi geograficamente distanti. Mi piacerebbe che il festival avesse una casa, un atelier, un posto dove andare anche quando il festival non c’è.

Chattavo un paio di giorni fa su Facebook col designer Riccardo Falcinelli, che afferma: “Sono gli scienziati i più bravi con la divulgazione e sono le discipline scientifiche ad averne più bisogno”. “E la musica, allora?”, ribatto io. R: “La musica classica deve essere resa accessibile, storicizzata”. “Divulgata?” chiedo. “No – mi risponde lui – si divulga ciò che non ha più pubblico.” Il pubblico c’è, lo sappiamo, ma forse ha ancora dei timori: di sentirsi fuori luogo, di pagare troppo, di non capire, di uscire deluso, di non essere abbastanza colto, di non essere vestito adeguato, di non applaudire al momento giusto. E queste paure gliele abbiamo messe noi o il contesto nel quale operiamo. Quindi: dobbiamo tendere la mano – anche perché non abbiamo molte basi su cui fare affidamento, la musica s’insegna nella scuola in modo abbastanza discontinuo e diseguale. Ed educare all’ascolto e al ri-ascolto: anche per imparare ad apprezzare un buon vino ci vuole studio, esperienza, conoscenza.

 

Lei ha un ottimo rapporto con la carta stampata: ha pubblicato saggi, libri, monografie e recensioni di argomento musicale e musicologico (alcuni anche a quattro mani con Giangiorgio Satragni) per case editrici italiane e straniere, scritto su giornali di settore e blog. Ma ci incuriosisce moltissimo anche la sua attività di digital strategist in contesti legati alla musica classica. In pratica lei un po’ scrive e un po’ twitta, volendo essere sintetici. Ci può parlare di questa sua attività?

Dallo scrivere recensioni e articoli ai social il passo è stato breve: anche lì parlo con entusiasmo di quello che amo (la musica, i libri, il mondo anglofono) o che m’interessa (l’arte, la corsa). Mi piace sfruttare al meglio ogni mezzo e quindi sono finita a studiarne per bene il funzionamento: i social, a dispetto dell’apparente uso intuitivo, richiedono una formazione continua. Ho anche la fortuna di conoscere alcuni social media manager che sono per me continua fonte di ispirazione!

Con gradualità ho cominciato a occuparmene professionalmente… è stato abbastanza naturale, devo dire. Sono a mio agio con gli argomenti di casa in un festival o in un teatro, ed è più facile parlare di cosa si conosce: ovviamente essere la voce di un’istituzione non è la stessa cosa che usare i social per il proprio profilo personale, i registri sono diversi e bisogna conoscersi per poi trovare insieme il tono di voce che il committente vorrebbe avere. Oggi ho la fortuna di lavorare in una realtà che funziona bene e con persone entusiaste del loro lavoro e che sanno entusiasmare il loro pubblico… non credo ci possa essere maggiore soddisfazione professionale.

 

La tecnologia è oggi al servizio della ricerca in ogni campo. Internet ha permesso agli studiosi di fare cose inimmaginabili, aprendo ogni confine alla conoscenza. Ma secondo lei ci sono anche dei rischi connessi a questo cosmopolitismo culturale oppure solo benefici?

L’unico rischio che vedo, intrinseco perché il pubblico si è enormemente allargato, è che a volte si tende alla semplificazione. Ma questo è connaturato all’espansione della platea: se parli potenzialmente a tutti, devi far in modo che tutti ti capiscano. Questa è una bella sfida! Non posso che plaudire invece alla digitalizzazione in ambito culturale (ad esempio avere scansioni di libri e manoscritti disponibili a portata di clic).

 

Tra i suoi interessi, oltre alla musica, ci sono anche le arti figurative. In particolare la sua tesi di laurea “Beethoven, ritratti e immagini” è stata premiata dalla De Sono e pubblicata dalla EDT nel 2010. Da qui poi sono nate occasioni di riconoscimento culturale. infatti è stata invitata a contribuire alla mostra Ludwig van. Le mythe Beethoven (2016-2017) organizzata dalla Philharmonie di Parigi, il cui catalogo è edito da Gallimard. Ci può parlare di questa esperienza?

 

Nell’attuale iperspecializzazione del sapere accademico non è che ci siano tantissimi iconografi beethoveniani, in giro! (Ride). Devo però dire che in Italia siamo fortunatissimi: abbiamo l’epistolario tradotto da Luigi Della Croce, un sito di riferimento www.lvbeethoven.it e una collezione beethoveniana tutta da scoprire, a Muggia. Quando la Philharmonie ha incominciato a pensare alla mostra, il curatore, Colin Lemoine, mi ha contattato attraverso Linkedin, chiedendomi se potevo dar loro una mano. Per me è stato un grande onore: attendevamo da più di trent’anni una mostra di questo tipo e a Parigi c’eravamo davvero tutti, sembrava una reunion della grande famiglia beethoveniana sparsa per il mondo.

 

Ultima domanda. A livello professionale, come abbiamo visto, lei ha raggiunto importanti risultati. Ma se in questo momento avesse una bacchetta magica per poter trasformare i desideri in realtà, che cosa chiederebbe?

Sono un po’ scaramantica e preferisco non rispondere. E se poi il mio desiderio non si avvera?

Ci vediamo il 2 novembre da Bardotto! -:)

A tu per tu con il futuro: una chiacchierata con le più giovani artiste del festival EstOvest

Articolo su Torinoclick. Riproduzione riservata

 

EstOvest Festival 2017, in coproduzione con la Stagione concertistica 2017/2018 dell’Accademia di Musica di Pinerolo presenta – domenica 29 ottobre alle ore 17, nella sala concerti dell’Accademia (viale Giolitti, 7 Pinerolo) –  IL BAROCCO DEL XX SECOLO. Protagonista l’Orchestra da Camera Accademia che, con Il Concerto grosso dall’Italia all’Unione sovietica, non vuole proporre la musica barocca secondo la prassi esecutiva del tempo, ma intende andare verso una direzione originale ed estraniante. È per questo motivo che la musica italiana del Settecento di Corelli viene accostata a quella di Alfred Garrevic Schnittke, esponente dell’avanguardia russa del XX secolo.

Orchestra Accademia Pinerolo Teatro Vittoria foto Giorgio Pugliaro

Gli “spiriti musicali” non hanno età. Per questo il programma di EstOvest 2017include, accanto alla musica contemporanea, ispirazioni e riferimenti da ogni epoca. E per la stessa ragione dà spazio, nei suoi appuntamenti, a voci nuove e ai talenti di domani.

Abbiamo incontrato le tre ospiti più giovani di EstOvest: Adele ZagliaClara Ruberti e Dinara Segizbayeva, tutte nate nel 2001, tutte ragazze. «Ma è un caso – assicura Dinara – anche tanti nostri coetanei maschi servono degnamente la Musica».

Dinara viene dal Kazakistan, ed è arrivata in Italia «per caso. Dopo aver studiato nel mio paese e in Russia volevo proseguire la mia formazione all’estero, e una mia amica mi ha consigliato di studiare in Italia». Così è finita a Pinerolo, dove a soli sedici anni è già violino solista dell’Accademia di Musica: «ovviamente è una grande responsabilità, ma anche un grande successo. Non tutti nella vita hanno una tale possibilità, e io devo ringraziare il mio insegnante Adrian Pinzaru per avermela concessa».

Anche Clara e Adele studiano all’Accademia, ma il violoncello, sotto la guida di Claudio Pasceri.  E al contrario di come si potrebbe pensare, non c’è spazio per la rivalità, né tra loro né con gli altri musicisti.

Clara Ruberti

«Per crescere davvero è meglio andare in competizione con se stessi – spiega Clara Ruberti – cercando negli altri fonti di apprendimento e ispirazione. Poi certo, bisogna sapersi paragonare a chi ci sta intorno, ma in modo sano ed equilibrato».

Clara è protagonista, con un concerto solista, dell’appuntamento con Est Ovest Off alla Farmacia di Porta Palazzo. «Quando suono, cerco di trasmettere almeno una parte della grande emozione che provo, sperando di smuovere quella di chi ascolta. Con la musica ci si mette tutti in gioco, si crea una sorta di energia, un “dare e ricevere” continuo tra musicista e pubblico, che ci rende più sensibili, più consapevoli della nostra emotività, e insomma più maturi».

Maturare. Crescere. Capirsi. Concetti chiave che ritornano anche nelle parole di Adele Zaglia: «Oltre alla musica, mi dedico anche al teatro. Sono due passioni che mi aiutano a  crescere come persona e a costruirmi gli strumenti per capire meglio me stessa e il mondo che mi circonda».

Un percorso tutt’altro che facile. Adele, ad esempio, oltre a studiare musica e teatro, frequenta il liceo classico. E il tempo non basta mai: «Suono meno di quanto vorrei – ammette – E cerco di gestire tutto giorno per giorno». Le fa eco Clara «ci vuole perseveranza, e la coscienza che il lavoro da fare è molto. Cose che purtroppo, negli ultimi anni, qualche volta mi sono mancate».

Ma se l’autocritica è sempre costruttiva, in questo caso i risultati eccellenti non sembrano giustificarla. Dinara ha un curriculum internazionale impressionante per la sua età, Clara continua ad aggiudicarsi importanti premi musicali, Adele ha recentemente stupito il pubblico di Around EstOvest con le sue mature riflessioni su religione ed educazione, nell’ambito dell’incontro Lutero. A cinquecento anni da un’idea.

[…]

Leggi l’intervista completa a questo link > Torinoclick

Un’intervista per conoscere il musicologo che condurrà Around EstOvest 

Accanto ai concerti, il programma di EstOvest 2017 si arricchisce di un ciclo di incontri di approfondimento intitolato “Around EstOvest”. Tre appuntamenti, nella cornice della libreria-bistrot Bardotto di Torino, per discutere di musica e non solo a partire dai temi dei concerti, in compagnia di pubblico ed esperti.

Ma conosciamo più da vicino Marco Testa, il curatore e moderatore degli incontri di AROUND EstOvest.

 

IMG_8392Buongiorno Marco. Anche in questa edizione sarà lei a condurre gli incontri di Around. Non è la prima volta vero?

Questo è il secondo anno che il coordinamento artistico del Festival EstOvest mi affida il coordinamento degli incontri di “Around”, cosa di cui sono grato e che certamente mi onora.

 

Perché Around? Quale il senso di questi incontri?

Per sua stessa natura, EstOvest è un universo variegato, una piattaforma in cui si confrontano le più diverse esperienze. Around è per così dire una scusa e un’occasione, partendo proprio dalla musica, per poter parlare di tutt’altro, ma tenendo sempre la musica come riferimento e calderone d’ispirazione e contenuti.

 

Tre appuntamenti. Ce li può ricordare?

Si parte giovedì 19 ottobre con “Lutero, a cinquecento anni da un’idea”, titolo che (qui forse deluderò alcuni e rinfrancherò altri) non vuol significare che la serata sarà interamente polarizzata intorno alla figura del celebre monaco tedesco: si ragionerà (necessariamente per sommi capi) di alcuni aspetti del rapporto tra società e religione, sull’apporto delle Chiese riformate nella storia occidentale e naturalmente sul forte legame esistente tra protestantesimo luterano e musica.

Il secondo incontro, che si terrà il 2 novembre, verterà sul rapporto tra genio e follia. Titolo dell’appuntamento sarà “Follia e capolavori in musica”, ma non mancheranno riferimenti ad altri campi dell’arte, considerata l’autorevolezza e la preparazione dei relatori. “Around” si concluderà il 30 novembre con “Architettura e potere”, che richiama il celebre testo di Deyan Sudjic e riserverà delle sorprese.

 

La religione, la follia creativa, architettura e potere. Tre grandi temi. Esiste un fil rouge? Quale rapporto vede con il tema di questa edizione del festival “spiriti musicali”?

Più che dall’intreccio dei temi, personalmente ritengo che il fil rouge sia rappresentato dal modo in cui i temi medesimi vengono affrontati: tutti i relatori sono persone che hanno un proprio legame (diretto o meno, professionale o meno) con la musica, ciò che almeno in certi casi condizionerà, io credo positivamente, la natura del loro intervento: è la musica il vero fil rouge che unisce temi e interventi.

 

Il parterre degli ospiti di Around è molto variegato. Come vengono scelti? Ci può anticipare qualche nome?

Variegato perché uno degli spiriti principali di “Around” è trattare temi complessi da differenti angolature, con differenti punti di vista. Il criterio di scelta si riassume in questo: una combinazione tra autorevolezza del relatore e la sua capacità di comunicare e stimolare l’uditorio. Come a dire che il rigore scientifico non è sufficiente e dovrà incardinarsi in una certa capacità di comunicare.

Per quanto riguarda i nomi, eccoli: Enrico Demaria, Adele Zaglia e Roberto Scagno per “Lutero, a Cinquecento anni da un’idea; Benedetta Saglietti, Piergiorgio Testa e Luca dal Pozzolo per “Follia e capolavori in musica”; Carlo Italo Zanotti, Francesca Cola e Maria Stella Busana per la serata di chiusura di “Around”, “Architettura e potere”. Ovviamente i relatori saranno tutti presentati all’inizio di ogni conferenza.

 

Dopo gli ospiti, parliamo di lei. Un curriculum da storico e archivista, ma anche tanta musica. Qual è il suo percorso?

Più che una scelta, la musica è stata una condizione in cui mi sono trovato a vivere sin da bambino. Di questo non sarò mai abbastanza grato alla mia famiglia. Per tutto il mio percorso formativo ho portato avanti studi storici (e poi storico-archivistici) parallelamente a quelli musicali, convinto peraltro (perlomeno nel mio caso) di come l’uno rappresentasse il compimento dell’altro. Successivamente è sopraggiunta l’esigenza di provare a scrivere sulla musica con l’occhio dello storico o aspirante tale: maestri ideali mi sono stati in questo credo principalmente due personaggi stupidamente detestati per le loro idee politiche quanto però dottissimi oltre che provvisti di un genio fulminante: Piero Buscaroli e Paolo Isotta.

 

Che musica nella sua autoradio?

Appartengo a quella strana categoria di persone che preferiscono i mezzi pubblici all’auto, per cui niente autoradio! Ma durante le mie passeggiate cittadine ascolto Bach come Van Halen, Enya come Bobby McFerrin, Frescobaldi, Brahms, Debussy, ma anche i Dream Theater, Frank Gambale e persino i Red Hot Chili Peppers! Potrà forse stupire un quadro tanto disomogeneo. Aggiungiamo un po’ di retorica, ma in cui credo fermamente: è la stessa disomogeneità (ma soltanto apparente) dei miei personali interessi, alla cui unità sono in certi casi continuamente richiamato.

 

Se Bach risuscitasse oggi, secondo lei cosa penserebbe del nostro mondo (musicale e non)?

Johann Sebastian Bach rappresenta la tradizione con la ‘t’ maiuscola e la sua iconografia lo rappresenta sempre accigliato, distante, severo come lo stile del suo contrappunto. Non voglio dire che non lo fosse del tutto, ma che le purtroppo lacunose notizie relative alla sua personalità non sono in grado di fornirci un quadro completo. Personalmente non credo si scandalizzerebbe, una volta compresi i meccanismi della nostra società (musicale e non). Poi, certo, faticherei a immaginarlo a un concerto degli One direction… e se Fedez gli offrisse un milione di euro per scrivergli gli arrangiamenti per il nuovo disco, credo che il nostro Bach risponderebbe con un “Mein Gott, ma chi sei? Studia setticlavio!”. Scherzi a parte, credo riuscirebbe in breve tempo a comprendere le opportunità, ovviamente assolutamente impensabili per un uomo del suo tempo, che la nostra società potrebbe regalargli, e sono certo che riuscirebbe a sfruttare al meglio tali opportunità. Non sono affatto convinto che Bach fosse quell’inguaribile passatista che sovente si seguita a ritenere. Non lo credo affatto. Ma è solo una mia sensazione, magari potremo parlarne in futuro… Ciò detto, sogno Bach che rielabora gli arrangiamenti per i Symphony –X … che scrive altri due libri del Clavicembalo Ben Temperato e che magari mi regala il suo clavicordo…

 

Il coordinatore artistico Claudio Pasceri ha detto che l’ascolto di tanta musica contemporanea è comprensibile anche ai profani, una volta capita la chiave di lettura e il filo logico. Lei è d’accordo?

Sono d’accordo, a patto di tenere a mente, per prima cosa, che non esiste una categoria omogenea con la dicitura ‘musica contemporanea’ (che poi, antica questione, vi vengono ancora inclusi i musicisti della seconda scuola di Vienna – Schönberg e Berg ad esempio – che furono attivi un secolo fa!). Poi c’è l’altra questione: non credo che il “profano” non possa apprezzare la musica contemporanea quanto un ‘addetto ai lavori’. E’ ovvio che l’addetto ai lavori abbia dei mezzi culturali e tecnici che meglio potranno aiutarlo nella comprensione del contesto, ma non necessariamente ad apprezzarne maggiormente la musica. Non ricordo più chi disse (credo comunque fosse un famoso interprete) che generalmente i profani sono i migliori ascoltatori, perché più spontanei e meno ruffiani. Potrà sembrare demagogico, ma ritengo vi sia del vero.

 

Qual è il pubblico ideale di questi incontri e quale l’atmosfera?

Chiunque ritenga che la complessità delle cose passi anche attraverso la comunicazione interdisciplinare. Chiunque sia interessato a temi tutt’ora traboccanti di collegamenti con l’oggi e con la società in cui viviamo e ami vivere. Tutto questo all’interno di una cornice leggera, amica, confidenziale direi, che la libreria Bardotto saprà certamente garantire.

 

AROUND ESTOVEST
Around “Lutero, a Cinquecento anni da un’idea”

Progetto musicale connesso: “Undici ore dopo il tramonto”

Giovedì 19 ottobre h. 18.00
Libreria-Bistrot Bardotto – Via Giuseppe Mazzini 23D, Torino

INGRESSO GRATUITO

h. 19.00 Aperitivo

Modera:
Marco Testa, musicologo

Relatori:
Roberto Scagno, docente di lingua e letteratura romena, Università di Padova
Enrico Demaria,
direttore del coro “Abbazia della Novalesa”
Adele Zaglia,
studentessa al liceo “Alfieri” di Torino

  • Cushion Concert al Museo Egizio



    di Alessandro Contaldo - La Repubblica.it
  • Iscriviti alla newsletter!

    * dati obbligatori


©2013 Associazione Xenia Ensemble: lungo Po Antonelli 17, 10153 Torino (I) Tel/fax +39 331.4320950 - info@estovestfestival.it